Home Page
a

“Mes livres sont fils du silence et de la solitude, non fils de la société et de la conversation”
IL VALORE DELL'INTELLIGENZA (la tesi di Contre Saint-Beuve, 1909)


Sainte-Beuve (1804-1869) era, oltre che lettore, frequentatore dei grandi romanzieri francesi del suo tempo tra cui Flaubert “un bravo ragazzo”, Stendhal “lanciava battute piccanti”, Baudelaire “modesto e gentile”; egli sosteneva che i loro libri fossero illeggibili e noiosi, e che gli autori stessi ne ridessero. Nel 1907 Proust contestò radicalmente questo modo di avvicinarsi all’arte e di giudicarne le opere attraverso la personalità o la vita del loro autore, sostenendo che al contrario l’uomo era del tutto separato dall’opera, e attaccando il metodo di critica “biografica” che conduce inevitabilmente a “circondarsi di tutte le informazioni possibili su uno scrittore … [perché] questo metodo misconosce ciò che ci insegna invece una frequentazione un poco profonda di noi stessi: che un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, in società e nei nostri vizi”. Nato inizialmente come saggio in forma di “una conversazione con Maman”, il Contre Sainte-Beuve si dilatò fino a trattare di molti argomenti e includendo piccoli saggi e osservazioni su altri scrittori, facendo intervenire personaggi immaginari, e così via. “Come il saggio si sia trasformato in romanzo [cioè nella Recherche]– scrive Thierry Laget – è una delle due o tre domande su cui la critica si arrovella da anni, e rispondervi equivarrebbe a sciogliere il mistero della creazione proustiana”.

 

 


 [1 - 2 - 3 - 4]