Home Page
a

“Mes livres sont fils du silence et de la solitude, non fils de la société et de la conversation”
IL VALORE DELL'INTELLIGENZA (la tesi di Contre Saint-Beuve, 1909)


Dopo il 1911 Proust rivaluta il ruolo dell’intelligenza. Essa merita ormai più riguardo: “Le avevo attribuito fino a ora una parte piccola ”, annota Proust, che le conferisce il giusto posto dopo averla a turno idolatrata e respinta. Si può sostenere che ne Le Temps retrouvé l’intelligenza non avrà più né gli onori che le accordava il protagonista adolescente, né l’indegnità con cui la marchiava Proust quando ancora cercava la propria misura. Se è vero che le verità che l’intelligenza ci comunica sono meno profonde di quelle che ci provengono dalle impressioni, a essa spetta di interpretare la nostra esperienza e di “incastonare di una materia meno pura ma ancora penetrata dallo spirito quelle impressioni che ci apporta al di fuori del tempo l’essenza comune alle sensazioni del passato e del presente”. Proust temeva che l’intelligenza potesse impedire a uno scrittore di restare fedele a una forma; più tardi egli accettò se non proprio che l’intelligenza può dare origine a forme letterarie multiple, almeno che essa può conferire a un’opera un aspetto composito.

E’ possibile che quello che riteniamo il suo disprezzo per l’intelligenza non sia altro che la sua sincerità verso se stesso, e che egli abbia voluto seguire l’inclinazione naturale del suo spirito, a proprio agio nella metafisica come lettore, ma più a suo agio nel concreto come creatore alla ricerca della verità e del “tempo perduto”. Abile com’era, avrebbe potuto ingannare il mondo presentandosi come filosofo; ma (Proust) preferì proseguire la sua ricerca con i propri, sorprendenti mezzi.” - (Lucien Daudet, Autour de soixante lettres de Marcel Proust)

 


 [1 - 2 - 3 - 4]