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Così
è trasformata quest’ultima frase nella Recherche:
“Così
è per il passato nostro. E’ inutile cercare di
rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra
intelligenza sono vani. Esso si nasconde
all’infuori del suo campo e del suo raggio di
azione in qualche oggetto materiale (nella
sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto
materiale) che noi non supponiamo.
Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo
prima di morire, o che non lo incontriamo.”
(Marcel Proust, La
strada di Swann, traduzione di Natalia
Ginzburg, Einaudi – 1946) |
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“Ogni giorno attribuisco meno valore all’intelligenza.
Ogni giorno mi rendo meglio conto che non è che al di
fuori di essa che lo scrittore può riafferrare qualcosa
delle sue impressioni passate, cioè raggiungere qualcosa
di se stesso, materia unica dell’arte. Ciò che
l’intelligenza ci rende sotto il nome di passato, non lo
è. In realtà, come per le anime trapassate di certe
leggende popolari, ogni ora della nostra vita, non appena
trascorsa, s’incarna e si nasconde in qualche oggetto
materiale e vi resta prigioniera per sempre, a meno che
noi non lo incontriamo di nuovo. E’ attraverso di lui
che la riconosciamo, la chiamiamo, ed essa ci è
restituita. L’oggetto in cui essa si nasconde – o la
sensazione, poiché ogni oggetto in rapporto a noi è
sensazione – possiamo anche non incontrarlo mai.
Ed
è così che vi sono ore della nostra vita che non
resusciteranno mai (…) Non solo l’intelligenza non può
nulla per queste resurrezioni,
ma ancora queste ore del passato non sono rannicchiate che
in qualche oggetto in cui l’intelligenza non ha tentato
di incarnarle. Gli oggetti in cui avete cercato di
stabilire coscientemente dei rapporti con l’ora che
state vivendo, proprio in quelli essa non potrà trovare
asilo. E più ancora, se l’una o l’altra cosa le può
resuscitare, esse, quando l’intelligenza le avrà
resuscitate, saranno prive di poesia.
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