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“Mère
des souvenirs, maîtresse
des maîtresses”
(Charles Baudelaire)
LA
TEORIA DELLA MEMORIA |
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ed
ecco la risposta di Proust a Ghéon: |
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“(…)
Voi dite, Signore, che questo libro è un’opera del
tempo libero… Mi scuserete di non entrare in dettagli
per voi privi di interesse; vi dirò solo che una
professione attiva non è la sola cosa che possa privare
un uomo del proprio tempo … Una malattia, per esempio,
può essere altrettanto assorbente, altrettanto urgente,
faticosa, invecchiante, quanto la più dura delle
professioni …Quali che siano la causa e la natura delle
occupazioni che urgono alla mia vita senza tregua, è pur
sempre vero che io non ho alcun tempo libero, che io
dispongo a pena di qualche ora di lavoro – e non dico né
in ogni settimana, né in ogni mese – sarebbe più
esatto dire che io non dispongo che di qualche ora di
lavoro all’anno. Senza dubbio nella mia situazione
sarebbe stato insensato da parte mia intraprendere
un’opera che intende mostrare le posizioni diverse che
prendono l’uno in rapporto all’altro un certo numero
di persone nel corso della vita, di fare per la psicologia
ciò che un geometra farebbe passando dalla geometria
piana a quella tridimensionale - voglio dire a fare della
psicologia nel Tempo. Perché un’opera siffatta avrebbe
riempito un gran numero di anni, sarebbe stata lunga,
avrebbe richiesto “tempo libero” per comporla. Ma come
certi insetti o certi vegetali, un istinto mi ha spinto a
deporre malgrado tutto i miei semi che io ritengo fecondi
e che per quanto mal albergati in questo libro, vi
troveranno comunque dimora meno precaria che nel mio
cervello … Io riconosco di avere torto perché non ammetto che si giudichi un autore dal suo disegno, e non dal suo
libro. E quando vedo il tal scrittore oggi alla moda
ammucchiare volumi e sentirsi lodato per le sue intenzioni
generose, la profondità del suo sguardo, ma a ogni frase
non trovare la metafora giusta, fare un giro immenso senza
poter mai saltare il fossato,
io deploro che al giorno d’oggi l’intenzione sia
scambiata per il fatto. E ciononostante due cose mi
sembrano provare il contrario di quella “follia di
sincerità” che non rifiuta nulla. In primo luogo il mio
libro è privo di ciò che occupa la maggior parte dei
romanzi: a meno che i gesti non significhino qualcosa di
interiore, nessuno dei miei personaggi si alza, o chiude
una finestra, o s’infila un cappotto, ecc. In secondo
luogo, io che conduco la vita di un malato, neanche una
volta ne ho scritto la psicologia, o ne ho fatto “il
romanzo” di un malato… Se io parlo di malattia nei
miei volumi, è una malattia inventata per il bisogno
psicologico dell’opera. Sono invero troppo stanco per
spiegarmi come vorrei, o poi so che si ha l’aria pignola
quando in un libro si fissa lo sguardo interiore su degli
oggetti a stento discernibili, e che non si colgono che
con grande pena; ma che siano dei microbi, o delle stelle,
se li si studia in modo disinteressato vi si possono
scoprire, più che con l’osservazione pura e semplice,
le leggi profonde della vita o della natura. |
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