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“Da
un punto di vista generale, il
tema delle due memorie, che costituisce la
tesi filosofica fondamentale dell’opera, mi
sembra sia di gran lunga uno dei meno originali
… [l’episodio della madeleine] mi ha fatto
sempre pensare a un tema da quarta ginnasio … La
Recherche
può venir letta interamente come una
“psicopatologia della vita quotidiana” - (J.-F.
Revel, Sur
Proust, 1960) |
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Ma non tutti la
pensano come Proust:
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“L’opera
di Marcel Proust porta un titolo ingannevole. Non
è alla ricerca del tempo perduto che è partito, nel corso della sua
vita dolorosa, il recluso di rue Hamelin, ma alla ricerca della felicità perduta … Il passato è il possesso
pressoché perfetto. Si capisce allora che la
felicità stia per lui nel passato, dal momento
che così la possiede compiutamente e che niente e
nessuno potrà arrivare a turbarla … La
sua immagine di felicità assomiglia a un mummia:
ben imbalsamata, la mummia può evidentemente
durare in eterno, ma sarà necessario un miracolo
perché essa possa parlare: Proust attende con
costanza il miracolo e preferisce affidarsi a questa fragile certezza piuttosto che lasciar
vivere la felicità, perché la felicità viva non
potrebbe durare” - (Robert Brasillach, Portraits,
1935) |
L’organizzazione delle reminiscenze involontarie
è però impossibile, e una delle conquiste del
romanzo sarà proprio quella della struttura,
fatta di una molteplicità di simmetrie spaziali e
temporali, di preparazioni e di ritorni. E’ per
questo che Proust reagirà sempre con irritazione
a chi incolperà la Recherche
di mancanza di struttura
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