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“Mère des souvenirs, maîtresse des maîtresses” (Charles Baudelaire)
LA TEORIA DELLA MEMORIA


Crémieux, nel suo saggio del 1924, XXe siècle scriverà di Proust:
“L’impressionismo critico [di Proust] non consiste quindi nel registrare impressioni fugaci
man mano che si verificano, ma nel vincere la naturale pigrizia dello spirito e nel non avere pace finché non si sia scovata la briciola di realtà profonda e nutriente contenuta nell’impressione”


Nerval e Baudelaire forniscono a Proust degli esempi di scrittori che hanno esitato a lungo sulla forma delle loro opere: Sylvie e Les Chimères, o Les Fleurs du Mal e i Petits poèmes en prose costituiscono, per Proust, “tentativi diversi di esprimere la stessa cosa”. Questa debolezza da parte di artisti la cui “visione interiore è ben certa e ben forte”, Proust la mette curiosamente in conto a un possibile “predominio dell’intelligenza che indica piuttosto le vie diverse che il passare per una sola”. Lui stesso esitante sulla forma che darà alla sua opera, Proust approfondisce la sua analisi dell’intelligenza in un testo che i due editori del Contre Sainte-Beuve hanno proposto come prefazione al saggio (di cui un estratto è qui riportato alla voce “Il valore dell’intelligenza”). In esso sono esposte molte reminiscenze involontarie: il gusto del pane tostato inzuppato in una tazza di tè; la sensazione del pavimento sconnesso di un cortile, che ricorda Venezia allo scrittore; il rumore di un cucchiaio su un piatto che evocando quello del martello degli operai battuto sulle ruote di un treno, restituiscono a Proust una giornata di viaggio che egli aveva invano tentato di ritrovare attraverso le annotazioni letterarie tradizionali. Questo testo sottolinea soprattutto l’impotenza dell’intelligenza ad afferrare la realtà del passato.

 


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