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(…)
il
privilegio di Proust, [è] la disarmata nudità al
culmine del possibile,
senza la quale la verità ultima ci sfugge, poiché
avendo qualche mezzo per lottare contro la nudità,
non abbiamo alcuna possibilità di far trasparire
l’opacità delle cose” - (Georges Bataille
in Marcel
Proust, in Critique,
1948) |
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“Si sente che Marcel Proust ha davanti a sé
tutto il tempo che ci vuole per maturare,
combinare, far riuscire un’opera considerevole.
Egli ne ha tutto il tempo: e ne approfitta a modo
suo. Egli lo considera in anticipo un tempo
perduto – e non saprebbe dunque impiegarlo
meglio che a raccogliere i ricordi, ancora vivi in
lui, di un tempo già perduto!
E ce lo confessa, e registra un fallimento di cui
non teme di vantarsi … Così, la minima immagine
di incontro, il minimo alito primaverile, così
come un passante per strada, hanno preso nella sua
memoria un posto così grande e non meno
privilegiato che le più rare avventure, le
passioni più laceranti, gli esseri più attaccati
alla vita. Lungi da lui il disegno di scegliere e
di “preferire” in tutto ciò! Tutte le cose
gli sono uguali. Ogni cosa, a un buon osservatore,
contiene un tesoro di sfumature inesauribile e può
mettere in gioco le più sottili facoltà di
analisi di cui il cielo ci ha dotati. Dopo che la
leggerezza di vivere ha permesso a Proust di
prendere interesse e piacere a ogni momento della
vita, il piacere di scrivere lo conduce a non
tenere alcunché per trascurabile, e a fare ciò
che è propriamente il contrario dell’opera
d’arte, cioè l’inventario delle sue
sensazioni, la recensione delle sue conoscenze, e
a comporre la tavola successiva - mai
“d’insieme”, mai intera - della mobilità
dei paesaggi e delle anime. Invece di stringere,
di contrarre, Marcel Proust si abbandona. Non
cerca la linea di sviluppo di un carattere ma i
suoi aspetti contraddittori e diversi. Non si cura
nemmeno di essere logico e ancor meno di
“comporre”. Quella soddisfazione organica che
ci procura un’opera di cui abbracciamo in uno
sguardo tutte le membra, la forma, egli ce la
rifiuta ostinatamente. Il tempo che altri avrebbe
impiegato a far giorno in questa foresta, a
crearvi degli spazi e ad aprirvi delle
prospettive, egli lo consacra a contare gli
alberi, i diversi tipi di essenza, le foglie sui
rami e quelle cadute. Ed egli descriverà ogni
foglia come diversa dalle altre, nervatura per
nervatura, a diritto e a rovescio. Ecco il suo
divertimento e la sua vanità.” - (Henri Ghéon
in La
Nouvelle Revue Française, 1 gennaio 1914) |
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