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“Forse sono ottuso, ma non posso capire che un uomo impieghi trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno.”
L'ODISSEA DELLA PUBBLICAZIONE E L'ACCOGLIENZA DELLA CRITICA

Cronologia della pubblicazione della Recherche

“Mio caro Proust,
da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne ingozzo, e con delizia; mi ci rotolo dentro. Ahimè, perché mi deve essere così doloroso amarlo tanto? … Il rifiuto di questo libro resterà il più grande errore della Nouvelle Revue Française – e (poiché ho la vergogna di esserne stato tanto responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita. Senza dubbio credo si debba in ciò vedere un destino implacabile, perché non è sufficiente a spiegare il mio errore il dire che mi ero fatto di voi un’idea dopo qualche incontro “nel mondo”, e per giunta lontana di quasi vent’anni. Per me, voi eravate rimasto colui che frequentava la casa di Mme X o Mme Z – che scriveva [le cronache mondane, ndr] nel Figaro. Io vi credevo - potrò mai confessarvelo? – “del clan dei Verdurin”; uno snob, un dilettante mondano – qualcosa di massimamente increscioso per la nostra rivista. E il gesto che oggi mi spiego così chiaramente, quello di aiutare la pubblicazione di questo libro e che avrei trovato affascinante se me lo fossi spiegato bene, non fece, ahimè, che farmi sprofondare in questo errore. Non avevo che uno solo dei quaderni del vostro libro;  l’ho aperto con mano distratta e la sfortuna ha voluto che la mia attenzione si immergesse subito nella tazza di camomilla di pagina 62 – poi inciampasse, a pagina 64, sulla frase (l’unica del libro che non mi spiego bene – fino a oggi, perché non ho aspettato per scrivervi di averne terminato la lettura) – ove si parla di una fronte da cui traspaiono delle vertebre [“Je n’étais pas avec ma tante depuis cinq minutes, qu’elle me renvoyait par peur que je la fatigue.
Elle tendait è mes lèvres son triste front pâle et fade sur lequel, à cette heure matinale, elle n’avait pas encore arrangé ses faux cheveux, où les vertèbres transparaissaient comme les pointes d’une couronne d’épines ou les grains d’un rosaire (…)]. E ora non mi basta amare questo libro, io sento nascere per voi e per lui una sorta singolare di affetto, di ammirazione, di predilezione.
Non posso continuare … provo troppo rimpianto, troppa pena – e soprattutto a pensare che forse il mio assurdo diniego vi ha causato delle conseguenze – vi ha causato un dolore – e che io merito ora di essere giudicato da voi ingiustamente come io vi avevo giudicato. Sono incapace di perdonarmi – ed è solo per alleviare di un poco la mia pena che stamattina mi confesso a voi – supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto non lo sia io stesso.” - (André Gide, gennaio 1914)


E Proust rispose:
“Mio caro Gide,
ho spesso sperimentato che certe grandi gioie hanno per condizione che siamo all’inizio privati di una gioia di minore qualità. … Senza il rifiuto, senza i reiterati rifiuti della N.R.F., non avrei mai ricevuto la vostra lettera…”

Anche Fasquelle rifiutò di pubblicare il romanzo di Proust, ancora una volta a causa di un negativo rapporto di lettura. All’inizio del 1913 Proust subì un nuovo rifiuto, questa volta dall’editore Ollendorff, giustificato dal celeberrimo commento qui riportato:
“Forse sono ottuso, ma non posso capire che un uomo impieghi trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno.” - (parte del commento di rifiuto dell’editore Ollendorff, gennaio 1913)

 

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In realtà, esistevano anche altri motivi di dissenso tra Gide e Proust: omosessuale dichiarato – contrariamente a Proust – Gide gli rimproverava la rappresentazione sordida e grottesca data dell’omosessualità in Charlus, così distante da quella idealizzante che ne faceva il mondo classico e come intesa da Gide nel Corydon. E ancora, gli riusciva intollerabile l’idea che Proust si fosse ispirato ai suoi amori per gli uomini per tratteggiare i suoi personaggi femminili, e in particolare quello di Albertine.

 
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