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“Mio
caro Proust,
da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne
ingozzo, e con delizia; mi ci rotolo dentro. Ahimè, perché
mi deve essere così doloroso amarlo tanto? … Il
rifiuto di questo libro resterà il più grande errore
della Nouvelle Revue Française – e (poiché ho la
vergogna di esserne stato tanto responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita. Senza
dubbio credo si debba in ciò vedere un destino
implacabile, perché non è sufficiente a spiegare il mio
errore il dire che mi ero fatto di voi un’idea dopo
qualche incontro “nel mondo”, e per giunta lontana di
quasi vent’anni. Per me, voi eravate rimasto colui che
frequentava la casa di Mme X o Mme Z – che scriveva [le
cronache mondane, ndr] nel Figaro.
Io vi credevo - potrò mai confessarvelo? – “del clan
dei Verdurin”; uno snob, un dilettante mondano –
qualcosa di massimamente increscioso per la nostra
rivista. E il gesto che oggi mi spiego così chiaramente,
quello di aiutare la pubblicazione di questo libro e che
avrei trovato affascinante se me lo fossi spiegato bene,
non fece, ahimè, che farmi sprofondare in questo errore.
Non avevo che uno solo dei quaderni del vostro libro;
l’ho aperto con mano distratta e la sfortuna ha
voluto che la mia attenzione si immergesse subito nella
tazza di camomilla di pagina 62 – poi inciampasse, a
pagina 64, sulla frase (l’unica del libro che non mi
spiego bene – fino a oggi, perché non ho aspettato per
scrivervi di averne terminato la lettura) – ove si parla
di una fronte da cui traspaiono delle vertebre [“Je
n’étais pas avec ma tante depuis cinq minutes, qu’elle
me renvoyait par peur que je la fatigue. Elle
tendait è mes lèvres son triste front pâle et fade sur
lequel, à cette heure matinale, elle n’avait pas encore
arrangé ses faux cheveux, où les vertèbres
transparaissaient comme les pointes d’une couronne d’épines
ou les grains d’un rosaire (…)].
E
ora non mi basta amare questo libro, io sento nascere per
voi e per lui una sorta singolare di affetto, di
ammirazione, di predilezione.
Non
posso continuare … provo troppo rimpianto, troppa pena
– e soprattutto
a pensare che forse il mio assurdo diniego vi ha causato
delle conseguenze – vi ha causato un dolore – e che io
merito ora di essere giudicato da voi ingiustamente come
io vi avevo giudicato. Sono incapace di perdonarmi – ed
è solo per alleviare di un poco la mia pena che
stamattina mi confesso a voi – supplicandovi di essere
più indulgente con me di quanto non lo sia io stesso.”
- (André Gide, gennaio 1914) |