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“Signore,
finalmente trovo un lettore che indovina
che il mio libro è un’opera dogmatica e una
costruzione! E che felicità per me che questo
lettore siate voi. Perché i sentimenti che voi intendete
esprimervi, io li ho spesso provati leggendovi; di modo
che ciascuno di noi per proprio conto aveva mosso i primi
passi verso l’altro, e posto le basi di un’amicizia
spirituale. Voi non troverete il mio libro esente da
difetti, come io non amo i vostri articoli senza riserva.
Ma ciò non impedisce di amare; anche se avete detto di
Stendhal, in una parentesi indignata, assurda e
affascinante: “Egli giudica i suoi amici!”.
Ho
trovato più retto e delicato, come artista, di non
lasciar vedere, di non annunciare che era alla ricerca
della Verità che io partivo, e nemmeno in cosa questa
consistesse per me. Detesto talmente le opere ideologiche
in cui il racconto non è tutto il tempo che un fallimento
delle intenzioni dell’autore, che ho preferito non dire
nulla. E’ solo alla fine del libro, e una volta che le
lezioni della vita saranno state comprese, che il mio
pensiero si svelerà. Quello [pensiero,
ndr] che esprimo alla fine del primo volume, in quella
parentesi sul Bois de Boulogne che ho innalzato come
semplice paravento per terminare e delimitare un libro che
per ragioni materiali non poteva superare le cinquecento
pagine, è il contrario
delle mie conclusioni. Se ve ne si ricavasse che il mio
pensiero è scetticismo disincantato, ciò equivarrebbe
del tutto a uno spettatore che avendo visto la fine del
primo atto del Parsifal,
in cui il personaggio non comprende la cerimonia e viene
cacciato da Gurnemantz, supponesse che Wagner abbia inteso
dire che la semplicità del cuore non conduce a nulla. In
questo primo volume voi avete visto il piacere che mi
provoca la sensazione della madeleine intinta nel tè, e
io dico che smetto di sentirmi mortale, ecc. e che non ne
comprendo la ragione. Tutto è costruito così. Se Swann
affida così benevolmente Odette a M. de Charlus (ciò che
mi dà l’impressione di aver voluto ripetere le banali
situazioni del marito che confida nell’amante della
propria moglie) è che M. de Charlus, ben lungi
dall’essere l’amante di Odette, è un omosessuale che
ha orrore delle donne, e Swann lo sa. Voi vedrete nel
terzo volume la ragione profonda della scena delle due
fanciulle, delle manie di mia zia Léonie, ecc.
No,
se non avessi opinioni intellettuali, se cercassi
semplicemente di ricordare e a far doppio uso attraverso i
ricordi dei giorni vissuti, non mi prenderei, malato come
sono, la pena di scrivere. Ma questa evoluzione di un
pensiero, io non ho voluto analizzarla astrattamente, ma
ricrearla, farla vivere.
Sono dunque costretto a dipingere gli errori, senza
credere di dover dire che li ritengo tali; tanto peggio
per me se il lettore riterrà che io li consideri verità.
Il secondo volume accentuerà questo malinteso. Mi è
dolce sapere che ciò non vi è stato tra voi a me e vi
prego di credere, per la bontà che avete avuto nel
comunicarmelo, alla mia profondissima (e spero che voi mi
consentiate di aggiungere, affettuosissima)
riconoscenza.” - (Marcel Proust, lettera a Jacques Rivière,
febbraio 1914)
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