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“In
realtà, ogni lettore, quando legge, è lettore di
se stesso. L’opera dello scrittore non è che
una specie di strumento ottico che egli offre al
lettore per permettergli di scoprire ciò che
senza il libro non avrebbe forse potuto vedere di
sé.” - (Marcel Proust) |
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Nello
stile di Proust sono perciò presenti contemporaneamente
una componente analogico-evocativa, e una componente
logico-razionale, appartenente cioè a un linguaggio
analitico e preciso, segno di una tensione a definire,
ordinare, paragonare.
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“Solo
grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi,
sapere quel che un altro vede di un universo non
identico al nostro e i cui paesaggi ci
rimarrebbero altrimenti ignoti come quelli che
possono esserci nella Luna. Grazie all’arte,
anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo
vediamo moltiplicarsi; e quanti più sono gli
artisti originali, tanti più sono i mondi
roteanti nell’infinito; e molti secoli dopo che
v’è spento il focolaio da cui emanavano – si
chiamino Rembrandt o Vermeer – continuano a
inviarci il loro raggio particolare. Questo lavoro
dell’artista, volto a cercar di scorgere sotto
una certa materia, sotto una certa esperienza,
sotto certe parole, qualcos’altro, è
esattamente inverso a quello che in ogni istante,
allorché viviamo stornati da noi stessi,
l’orgoglio, la passione, l’intelligenza, e
anche l’abitudine, compiono in noi, ammassando
sopra le nostre genuine impressioni, per
nascondercele, le nomenclature, gli scopi pratici,
cui diamo erroneamente il nome di “vita”.
Insomma, quest’arte così complessa è davvero
la sola arte viva. Solo essa esprime agli altri e
mostra a noi stessi la nostra propria vita, la
vita che non si può “osservare”, le cui
apparenze, che osserviamo, debbono venir tradotte
e spesso lette a rovescio, e decifrate con grande
fatica. Il lavoro compiuto dal nostro orgoglio,
dalla nostra passione, dal nostro spirito
imitativo, dalla nostra intelligenza astratta,
dalle nostre abitudini, quel lavoro l’arte lo
distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà
tornare agli abissi profondi dove quel che è
esistito realmente giace ignoto. E di certo, era
una grande tentazione voler ricreare la vita,
ringiovanire le impressioni. Ma richiedeva
coraggio di ogni genere, anche sentimentali …
“Mi piaceva baciarla”. Certo, quel che avevo
provato io in quelle ore d’amore, anche ogni
altro uomo lo prova. Lo proviamo, ma quel che si
è provato è simile a certe negative, dove non
vediamo che nero finché non le accostiamo a una
lampada, e che vanno guardate anch’esse a
rovescio: quel che abbiamo provato non sappiamo
che cosa sia finché non lo abbiamo accostato
all’intelligenza. Solo allora, quand’essa lo
ha illuminato, lo ha intellettualizzato,
distinguiamo, e sempre con stento, il volto di
quel che si è sentito”
- (Marcel Proust, Il
tempo ritrovato, traduzione di G. Caproni,
Einaudi) |
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