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| PROUST
RACCONTATO DA DAUDET |
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L’umanità
vista da vicino
Daudet nega che Proust abbia voluto sbeffeggiare o
riservare i ritratti peggiori alla casta suprema della
società parigina, e anzi sostiene che nessuna classe
sociale sfuggì ai suoi strali: |
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“Non
si può sostenere che Proust abbia inteso fustigare più
crudelmente questa casta: è perché egli ha parlato
soprattutto della classe socialmente eminente che questa
sembra, più delle altre, la sua vittima. Ma il suo
disprezzo per tutte le altre è identico: i suoi borghesi
sono più o meno dei mezzani, tutti di una volgarità
totale e senza scampo, privi persino di una perfettibilità
(invero rara, nei borghesi) tuttavia possibile: cosa
diventeremmo se dovessimo vivere tra Mme Verdurin, Mme
Bontemps e Mme Cottard? I suoi borghesi sono degli
“specialisti” (talvolta ragguardevoli nella propria
specialità) ma ugualmente comuni, ammirevoli perché ci
sembrano comici, ma mortalmente noiosi per chi li dovesse
ascoltare al di fuori della vita fittizia del romanzo,
dopo che si è chiuso il libro. Le “fanciulle in
fiore” (tutte piccole borghesi) sono piccole prostitute
in potenza, peraltro precoci nel vizio. Albertine è
odiosa. E quanto al popolo, è peggio ancora: Aymé è una
canaglia e un ricattatore; Françoise stessa è di
un’ipocrisia atroce, incantata da tutte le disgrazie che
le accadono intorno e intenta ad aggravare i dolori che
indovina. Nessuno si salva, tranne Swann nel primo volume,
ma la sua malattia, più tardi, lo rende quasi ripugnante,
ed è talmente annichilito dal suo matrimonio che il
lettore resta indifferente alla notizia della sua morte
come lo era la mattina leggendo nel giornale la morte di
qualcuno che conosceva bene – perché gli uomini non
sono agnelli, e bisogna essere molto ingenui per
rimproverare a Proust la sua perspicacia.”
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