|
“Se
il mondo non cristiano arriverò un giorno a
definire le forme della propria vita spirituale (nel
senso religioso del termine) se, in altre parole,
l’umanità non ha più l’aiuto del cristianesimo
riuscirà a realizzarsi, a riconoscere il proprio
volto e a non smarrirsi più in una molteplicità di
forme legate a rappresentazioni mal definite,
menzognere, fondate sul desiderio di accecamento –
sulla paura – questo volto spirituale, i cui
tratti si comporterebbero allora in unità, potrebbe
assomigliare a quello di Proust. Ciò che conferisce
all’insegnamento di Proust un carattere
privilegiato è senza dubbio il rigore con cui
riduce l’oggetto della sua ricerca alla
rivelazione involontaria … Ciò che importa se non
altro è posto fuori dalla portata della volontà.
Poiché non si tratta più di cambiare il mondo ma
di afferrarlo (o forse di lasciare liberamente che
il mondo ci afferri). Allora gli spettacoli della
vita cessano di essere per noi l’oggetto di una
preoccupazione morale. L’aldiquà cessa di
figurare come la brutta copia di qualche verità
data nell’aldilà.
Si è raramente capito che non essendo più esposto
all’oblio di chi cerca oltre – alla pietà del
riformatore – al disprezzo del rivoluzionario –
il mondo così com’è si propone a chi ne voglia
cogliere, istantaneamente, l’indelebile verità,
come lo schermo attraverso il quale dobbiamo vedere,
al quale la nostra passione darà improvvisamente la
trasparenza. Così la vita spirituale viene
finalmente ritirata dai cieli e dai mondi reconditi:
il suo campo di forza è la povertà di quaggiù,
della strada, dell’alcova, del salotto … C’è
in questa esperienza perfetta un qualcosa di
prematuro, di penosamente privilegiato. E’ senza
dubbio l’esperienza cui è chiamata senza misura
l’umanità, ma l’umanità non può rispondere a
questo richiamo.
Essa cede necessariamente il passo all’azione e
non può avere nel suo complesso il privilegio di
Proust, la disarmata nudità al culmine del
possibile, senza la quale la verità ultima di
sfugge, poiché avendo qualche mezzo per lottare
contro la nudità, non abbiamo alcuna possibilità
di far trasparire l’opacità delle cose”
Georges Bataille in Marcel
Proust, in Critique, 1948
|
|