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“Non
so se potrò mai ritrovare nella mia vita
un’emozione tanto intensa quanto quella che mi
travolse quando lessi Swann
per la prima volta nel 1914. E se ne cerco ora le
ragioni, di quell’emozione, mi sembra che una
delle principali fosse che avevo la sensazione di
trovarmi di fronte a un’opera dotata di una
dimensione in più rispetto a tutte quelle che
avevo incontrato fino allora. Essa interessava –
nel senso in cui si dice che un dolore interessa
un organo – tutta la massa del mio essere; essa
m’invadeva totalmente, in tutti i sensi, e
riproduceva, per così dire, tutta la torta delle
mie sensazioni. Un
amour de Swann è uno dei più bei romanzi di
passione di tutta la letteratura, e in esso
bisogna vedere, con riserva di quanto ancora può
pubblicare, la riuscita più prodigiosa di Proust.”
- Jacques
Rivière, Marcel
Proust. L’inconscient
dans son œuvre,
17 gennaio 1923 |
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“Vedete, io credo
che sia solo ai ricordi involontari che l’artista
dovrebbe domandare la materia prima della sua opera.
In primo luogo, perché essi sono involontari, si formano
da sé, attratti dalla somiglianza di un minuto identico, essi soli hanno la firma dell’autenticità. Poi, essi
ci riferiscono le cose in un dosaggio esatto di memoria e
di oblio. E infine, poiché ci fanno gustare la stessa
sensazione in una circostanza del tutto diversa, essi la
liberano da ogni contingenza, e ce ne danno l’essenza
extratemporale, quella che è propriamente l’essenza
dello stile – quella verità generale e necessaria che
solo la bellezza dello stile può tradurre. Se posso
permettermi di ragionare così sul mio libro è perché
esso non è in alcun modo un’opera di ragionamento,
poiché i suoi elementi ancorché minimi mi sono stati
forniti dalla mia sensibilità, perché io li ho prima
percepiti nel fondo di me stesso, senza comprenderli,
avendo grande pena a convertirli in qualche cosa di
intelligibile che se fossero stati tanto estranei al mondo
dell’intelligenza quanto, come dire, un motivo musicale.
Mi sembra che voi pensiate trattarsi di sottigliezze. Non
è così, ve lo assicuro. Ciò che non abbiamo dovuto
chiarire a noi stessi, ciò che era chiaro davanti a noi
(per esempio le idee logiche), tutto ciò non è veramente
nostro, noi non sappiamo neppure se è la realtà: rientra
nell’ordine del possibile, da cui attingiamo in modo
arbitrario. E d'altronde, come sapete, ciò si vede
immediatamente dallo stile. Lo
stile non è
affatto un abbellimento come credono certe persone, e non
è neppure una questione di tecnica, ma – così come il
colore per i pittori – una
qualità della visione, la rivelazione dell’universo
particolare che ciascuno di noi vede, e che agli altri
sfugge. Il piacere che ci regala un artista, è quello
di farci conoscere un universo in più”
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