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“…
la fine di Sodome III ove nulla è da cambiare,
… è quanto di meglio io abbia scritto (La morte
di Albertine, l’oblio)” - (Marcel Proust a
Gaston Gallimard, 5 settembre 1922) |
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14
maggio
Passato
con Proust un’ora ieri sera. Da quattro giorni manda
ogni sera un auto a prendermi, ma ogni sera l’auto mi ha
mancato… Ieri, dato che gli avevo detto appunto che non
ero libero, si apprestava a uscire, avendo preso un
appuntamento fuori. Dice di non essersi alzato da molto
tempo. Anche se nella camera in cui mi riceve si soffoca,
lui ha i brividi; sta per lasciarla per un’altra camera
molto più riscaldata ove era in un bagno di sudore; si
lamenta che la sua vita non sia altro che una lenta agonia
e anche se aveva incominciato, al mio arrivo, a parlare di
uranismo [omosessualità maschile passiva, ndr]
si
è interrotto per domandarmi di chiarirgli
l’insegnamento del Vangelo, di cui non so chi gli ha
detto che io parli molto bene. Spera di trovarvi un
sostegno e un sollievo ai suoi mali, che a lungo mi
dipinge come atroci. E’ grasso, o meglio gonfio; mi
ricorda un po’ Jean Lorrain. Gli porto Corydon
di cui mi promette di non parlare a nessuno, e siccome
accenno a qualcosa delle mie Memorie, “potete raccontare
tutto” – esclama – ma a condizione di non dire mai
“io”. Questo non mi riguarda. |