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“Je regardais sur lui avec envie ces traits caractéristiques des Guermantes, de cette race restée si particulière au milieu du monde … isolée dans sa gloire divinement ornithologique, car elle semble issue, aux âges de la mythologie, de l’union d’une déesse et d’un oiseau.”
I Guermantes

Citazioni

Questo articolo di Louis Martin-Chauffier, in parte dettato da Proust, è apparso nella Nouvelle Revue Française il 1 febbraio 1921. Esso illustra la maniera in cui Proust, autore dei Guermantes, avrebbe voluto che il suo libro fosse percepito dal lettore. Martin-Chauffier, critico, romanziere e collaboratore occasionale della N.R.F. è anche autore delle Correspondances apocryphes, volume di pastiches tra i quali compare una lettera di Proust al marchese di Saint-Loup.

“Marcel Proust passa per uno scrittore verboso. Così nascono le leggende. Egli è il più conciso degli scrittori. Si legga la prima parte del Côté de Guermantes.
A lettura ultimata, si immagini il tema di questo stesso romanzo proposto a Mérimée, per esempio: questo autore secco e preciso sarebbe incapace di ricavarne un racconto di dieci pagine. Se al contrario lo si fosse offerto a Balzac - la materia abbondante di queste 279 pagine – scrivo materia, ma intendo più esattamente la profusione delle visioni – egli ne avrebbe tratto quindici volumi (e solo perché è morto giovane).
Così Proust racchiude un mondo in un tema che per chiunque altro non sarebbe neppure un unico tema: ed ecco una concezione concisa, favorita da un’ispirazione ricca. Questo mondo, Proust lo analizza con una tale pignoleria che chiunque ne volesse piluccare i resti se ne andrebbe a pancia vuota: e a lui bastano, per tutto questo, 279 pagine. Ecco un’ispirazione ricca, favorita da un’espressione concisa.
Ma consideriamo innanzitutto l’espressione. Ciò che turba, è la ricchezza stupefacente delle sfumature. Proust impiega volentieri quattro o cinque pagine, o anche dieci, a seguire una stessa idea; perché il legame che unisce i diversi aspetti di questa idee gli paiono così fragili e allo stesso tempo così necessari da conservare che un punto che mette fine a una frase sarebbe sufficiente a romperne la continuità delicata – cosa cui egli si rifiuta. Gli si rimprovera di dilungarsi troppo e di compiacersi delle frasi interminabili. Questo è ignorare le risorse della sintassi, senza sospettare la gioia che si gusta inanellando le preposizioni. Sarebbe come lasciar intendere che Saint-Simon è noioso!
Un punto è, in certo qual modo, una confessione di impotenza, una maniera indiretta e per niente acuta di suggerire: “Vedete, ho esaurito il fiato”. Bisogna essere Pascal, o La Rochefoucauld, per concentrare in una frase breve una grande ricchezza di visioni (e non è un confronto che io stabilisco tra due autori, ma due mentalità di cui sottolineo la differenza). Questo procedimento è educato ma un po’ temerario, soprattutto se applicato a spiriti così grandi, perché essi racchiudono e condensano, in una massima, una materia ampia, con un fondamento solido, e che apre un vasto campo a riflessioni profonde: ciò che richiede un lettore ponderato, e capace di profondità...


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