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Queste
memorie involontarie, questi ricordi
recalcitranti che il narratore si sforza inutilmente
di far risorgere – dopo la folgorazione iniziale - dalla
madeleine
inzuppata nel tè nella celeberrima scena dello Swann, sono la prova per Rivière che in Proust “i diversi sistemi
di idee e di affetti che sono in noi, i nostri complessi
sentimentali … non possono pentrarsi né modificarsi
vicendevolmente. Qualunque contaminazione degli uni verso
gli altri appare a Proust come impossibile.”²
Rivière assocerà dunque le intermittenze del cuore all’inconscio freudiano, perché, come
scrisse Proust, noi siamo composti ‘di serie diverse e
parallele’³, e “la
durata psichica
si svolge su piani multipli privi di contatto … ci sono
in realtà molti io
che vivono in simbiosi, come si dice in biologia, grazie
al fatto che tutti dispongono di una sola coscienza da cui
sono obbligati, per conoscersi, ad attingere tutta la
luce. In altri termini, Proust introdusse lo
sdoppiamento della personalità nella vita normale”²
Rivière
trovava straordinaria l’intuizione proustiana di
un’inconscio, ma temeva che molti potessero ritenerla
molto meno originale in Freud: “l’inconscio non è una
scoperta di Freud. Citeremo immediatamente dei nomi che
sembrano ridurre a proporzioni più esigue la sua
originalità su questo punto: quello di Leibniz in primo
luogo, quelli di Schopenhauer, di Hartmann, di Bergson, e
di tanti altri”².
Eppure in quell’opera di sistematizzazione, di
teorizzazione che Freud solo operò, Rivière scorse
elementi sufficienti per affermare che la novità gli
sembrava totale, e “di un’importanza formidabile”².
Infatti secondo Rivière l’inconscio metafisico è ben
diverso dall’inconscio psicoanalitico: l’inconscio
come principio, come forza, è ben altro che supporlo come
insieme di fatti, come gruppo di fenomeni.
E
avverte che prima di Freud tutta la psicologia “si
limitava a una spiegazione logica delle nostre
determinazioni. Non bisogna trascurare la povertà del
materiale causale di cui disponeva, e immaginare ciò che
essa può invece diventare nel momento in cui Freud le
schiude l’immenso
serbatoio delle cause sommerse.”² |
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L'inconscio
e il sintomo in Freud
“…
mentre eseguiva l’azione ossessiva questo senso
le era rimasto ignoto in entrambe le direzioni:
sia “da che cosa”, che “per che cosa”. In
lei avevano quindi agito certi processi psichici,
di cui l’azione ossessiva era appunto
l’effetto; ella aveva percepito l’effetto
secondo la
disposizione psichica normale, ma nessuna
cognizione delle premesse psichiche di questo
effetto era giunta alla sua coscienza … E’ una
situazione di questo genere che noi abbiamo
presente quando parliamo di processi
psichici inconsci … questi sintomi
contengono il più chiaro accenno a una
particolare sfera della vita psichica, separata
dal resto. Da questi sintomi una strada, che non
si può non imboccare, porta alla convinzione che
nella psiche esista l’inconscio; … La
formazione del sintomo è un sostituto di
qualcos’altro che non ha avuto luogo. …
dai processi interrotti, in qualche modo
perturbati, che hanno dovuto rimanere inconsci, è
scaturito il sintomo”
Sigmund
Freud, Introduzione
alla Psicoanalisi – Fissazione al trauma, pgg.439,
440, 441 – Bollati Boringhieri, 1989 |
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